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Brut e Dry: significato e differenze

By Luca Stroppa 01 aprile 2020 1319 Views

Brut e Dry: significato e differenze

Chiunque abbia una certa dimestichezza con gli spumanti sa benissimo che la loro classificazione avviene sulla base del residuo zuccherino, ovvero in base alla quantità di zucchero presente in bottiglia. Già dall’etichetta, dunque, sappiamo se il vino che abbiamo di fronte è uno spumante secco o dolce: tecnicamente brut o dry.

Sembra tutto molto chiaro eppure non lo è, soprattutto se i termini utilizzati possono risultare fuorvianti. “Dry”, ad esempio, significa “asciutto” o “secco” ma indicherebbe un vino dolce o comunque più dolce della tipologia brut …

La classificazione degli spumanti sulla base del loro residuo zuccherino

La classificazione degli spumanti sulla base del residuo zuccherino è riconosciuta sia dalla legge italiana sia da quella europea. Sulla base della quantità di grammi di zucchero per litro abbiamo la seguente distinzione:

- EXTRA BRUT 0 – 6 g/l

- BRUT 6 – 12 g/l

- EXTRA DRY 12 – 17 g/l

- DRY 17 – 32 g/l

Per comprendere fino in fondo questa classificazione chiariamo che la quantità di zucchero residuo in uno spumante dipende dalla durata della fermentazione. Durante questo processo, gli zuccheri vengono trasformati in alcol etilico: più il processo di fermentazione è lungo, più zuccheri sono trasformati e più lo spumante sarà “secco” e meno “dolce”; al contrario, se il processo di fermentazione ha durata inferiore, meno zuccheri sono trasformati e più “dolce” e meno “secco” sarà il vino.

Molto dipende dalla volontà del produttore: quest’ultimo, infatti, dispone di specifiche tecniche per controllare la fermentazione e ottenere il residuo zuccherino desiderato, in modo tale da collocarsi in una specifica fascia di mercato. Si tratta di un punto di fondamentale importanza perché la classificazione sulla base del residuo zuccherino non è assolutamente un indicatore di qualità ma semplicemente una questione di scelte, di gusti o preferenze.

Fin qui tutto chiaro: qualche problema sorge invece con i termini utilizzati per la classificazione …

I termini della classificazione: un bel problema …

I termini brut e dry sono entrati nel vocabolario del vino tra il XIX e XX secolo, introdotti da una nota ed antichissima cantina francese specializzata nella produzione di Champagne. Fino ad allora lo Champagne era un vino estremamente dolce tanto che si poteva consumare solo ed esclusivamente a fine pasto, entrando in concorrenza con i più importanti vini liquorosi.

Per differenziarsi dai “competitor” e per catturare una fascia più ampia di consumatori, nel 1861, la cantina francese decise di introdurre sul mercato una tipologia di vino fino ad allora mai prodotta perché lontana dal “gusto” dell’epoca. Si trattava di uno Champagne amabile, ma meno dolce rispetto agli standard del tempo, destinato al mercato inglese, quello che mostrava una certa preferenza per vini più “secchi” rispetto alle altre nazioni europee.

Il vino ebbe grande successo. E proprio perché rivolto ai winelover d’oltremanica si decise di utilizzare un termine inglese per riconoscerlo. Si optò per “dry” ovvero “secco”. Lo Champagne "dry” fu identificato per lungo tempo come la versione “secca” dello Champagne, esattamente il contrario di quello che succede ora.

Per capire la rivoluzione terminologica sono necessarie due precisazioni.

1. Lo Champagne considerato “dry” e “secco” in quel periodo aveva un contenuto zuccherino compreso tra i 22 g/l e i 65 g/l! Si trattava dunque di un vino comunque molto dolce, ma considera che la media dell’epoca arrivava anche a superare i 100 g/l!

2. Le linee di gusto dei consumatori di vino sono molto variabili, da nazione a nazione e da epoca ad epoca. In altre parole, quelle che erano le preferenze di un tempo non corrispondono necessariamente a quelle attuali, così come gli standard di definizione di ciò che è “dolce” o “secco”.

A cavallo tra XIX e XX secolo si manifestò un notevole cambiamento nei gusti dei consumatori di Champagne e la versione super dolce perse consensi, non solo in Inghilterra. Sul mercato francese comparvero alcune bottiglie sperimentali con contenuto zuccherino molto basso. Questi vini presero il nome di “brut”, in francese “secco”, e ben presto soppiantarono la versione dolce.

Da allora il gusto dello Champagne si diresse quasi esclusivamente verso il secco e tutti i produttori si adattarono a tale novità, tanto che oggi lo Champagne dolce è rarissimo.

In ogni caso, senza pensare alla possibile confusione generata dai due termini “dry” e “brut”, entrambi traducibili con “secco”, la cantina francese decise di conservarli, rivoluzionando completamente il significato di “dry”.

Il termine “brut” fu dunque utilizzato per indicare gli Champagne “secchi”, mentre “dry” per quelli "dolci" e ancora oggi questa terminologia resiste, coinvolgendo tutti gli spumanti.

Ma immagina un consumatore inglese, non intenditore, che compra uno spumante dry convinto che sia secco, perché nella sua lingua quello è il significato, e si ritrova invece a gustare un vino amabile e piuttosto dolce … Qualcosa non va, vero?

Spumante extra brut e brut: significato e caratteristiche

Oggi, per spumante Brut s’intende un vino “secco” con contenuto zuccherino compreso tra 6 e 12 g/l, Extra Brut se inferiore a 6 g/l. Vini di questo tipo sono ideali per l’aperitivo e per il pasto, ottimi in abbinamento a primi piatti di pesce o dal sapore delicato, a secondi di mare senza rinunciare alla carne bianca.

Spumante extra dry e dry: significato e caratteristiche

Lo spumante Dry è un vino amabile che dona sensazioni dolci al palato, con un residuo zuccherino che va dai 17 ai 32 grammi per litro, Extra Dry se va dai 12 ai 17. Si tratta di vini prevalentemente da fine pasto e da dessert, ottimi se gustati con i dolci.

Attento dunque a non farti fuorviare dalla sua traduzione inglese: un vino “dry” non è un vino secco!

Posted in: Cultura del vino
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